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ASSEMINI DI IERI E DI OGGI |
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Per gentile concessione di Antonio Mastinu |
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Capitolo 8 |
Gli impetuosi movimenti dei
tempi che viviamo
La crisi generale dell'industria sta per
ripercuotersi in maniera drammatica sul tessuto socio-economico
della cittadinanza. Nel territorio asseminese ricadono infatti
le industrie principali della Sardegna meridionale, con tutte le
implicazioni positive e negative. Il nuovo miraggio e la felice
posizione geografica della città ha favorito un movimento
immigratorio dal capoluogo sardo, da altri centri dell'isola e
della Penisola, riducendo ad un terzo gli abitanti originari del
luogo.
Assemini prima dell'insediamento
industriale era un paese prevalentemente agricolo alla cui
attività era strettamente collegata una incisiva presenza
artigianale, imperniata sul settore della ceramica, del legno
intagliato, del ferro battuto. A tutto ciò, come precedentemente
accennato, si deve aggiungere la pesca che veniva esercitata nel
vicino stagno.
Il “piano di rinascita”, sorto col preciso
scopo di far rinascere socialmente ed economicamente l'isola,
che prevedeva, tra le altre cose, il rientro degli emigrati
sardi, si è rivelato un vero fallimento. La città, sede
preferita di questi investimenti, inizia a risentire dei
contraccolpi di una crisi che minaccia di travolgere tutto e
tutti. Gli emigrati, con buona pace del piano di rinascita, non
sono rientrati, la disoccupazione è aumentata, numerose
industrie hanno chiuso ed altre "cattedrali nel deserto",
costruite da tempo, sono rimaste inutilizzate.
Un quadro desolante che merita una
necessaria riflessione ed impone scelte precise atte a sanare
una situazione da più parti ritenuta insostenibile. La crisi,
come sostengono molti politici locali, è dovuta agli esorbitanti
investimenti che hanno provocato una corsa sproporzionata alle
speculazioni. Si è assistito infatti alla chiusura di impianti
appena aperti, nonché all'apertura di impianti similari,
destinati a rimanere inutilizzati.
Nel territorio di Assemini, oltre
all'utilizzo degli attuali 300mila metri quadrati di superficie
da parte dell'ex-Rumianca si prevedeva una ulteriore concessione
di 600mila metri quadrati per l'incremento degli impianti di
produzione. Si era creata insomma una situazione in cui i
finanziamenti superavano di gran lunga i costi dei nuovi
impianti.
Il Mercato Comune Europeo aveva assegnato
all'Italia due milioni di tonnellate di produzione di etilene,
mettendo in crisi l'intero assetto industriale italiano. La
capacità di assorbimento del mercato non ha mai superato il
milione e duecentomila tonnellate annue.
Solo Assemini con tutti gli impianti in
funzione era in grado di produrre 450mila tonnellate, più di un
terzo della produzione nazionale. Il tentativo di istituire un
consorzio bancario in soccorso dell'industria in crisi si era
rivelato vano in quanto agli istituti di credito erano mancate
le garanzie relative all'entrata in funzione degli impianti
produttivi.
Ad aggravare la situazione di crisi hanno
concorso altri elementi strettamente connessi alla geografia
economica e politica nazionale. In questo contesto si colloca lo
scontro in passato tra i due colossi Eni e Montedison, il primo
a partecipazione statale, il secondo privato. La prevalenza
dell'industria a partecipazione statale in Sardegna e la
successiva crisi di queste ultime ha contribuito notevolmente
alla creazione di condizioni e situazioni difficili in tutto il
settore chimico della zona industriale asseminese e non solo.
Uno sbocco di mercato assai limitato ha provocato in un certo
qual modo una guerra fra le regioni italiane, che fanno a gara
per tenere aperti i propri impianti produttivi.
In una crisi che coinvolgeva tutto il
territorio nazionale è evidente che sarebbe riuscita ad imporre
le scelte relative alla chiusura o meno di determinati
stabilimenti solo la regione politicamente più rappresentata in
campo parlamentare. Molti terreni sottratti all'agricoltura
perché destinati a nuovi insediamenti industriali rimanevano e
rimangono così inutilizzati.
Solo nella zona dei cosiddetto
"scambiatore lineare" esistono, tutt’ora, migliaia di ettari di
terreno vincolato e destinato ad attività mercantili connesse
alla realizzazione del “porto canale” e perciò nessuno rischiava
di impiantarvi attività agricola per paura dell'esproprio.
Ingenti somme sono state spese dagli enti di bonifica in altri
tempi per rendere coltivabili i terreni che poi sono stati
fagocitati dagli insediamenti industriali.
Molti contadini invocano la revoca dei
vincoli industriali esistenti tuttora in zone, dove, a causa
della crisi non sarà più possibile creare insediamenti di altri
impianti produttivi. Un altro settore penalizzato dalla politica
delle “cattedrali nel deserto” è l'artigianato, che assieme
all'agricoltura rappresenta una valida alternativa
all'industria.
I disoccupati in città compresi quelli in
cerca di prima occupazione sono circa cinquemila unità. Un
numero che tende ad aumentare in maniera vertiginosa se non si
corre ai ripari incentivando altre attività più sicure e
redditizie. Il calo dei matrimoni, la crescita zero delle
nascite, sono una diretta conseguenza delle scarse prospettive
dei giovani per il futuro.
Una situazione che potrebbe creare a breve e medio termine degli
squilibri sociali profondi e delle reazioni pericolose e
incontrollate. La criminalità in costante aumento è un primo
campanello d'allarme che dovrebbe portare le forze politiche e
sociali ad una più serena e obiettiva valutazione della portata
di un problema, come quello dell'occupazione giovanile, che ha
ormai raggiunto e largamente superato i livelli di guardia.
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