|
PAGINA
PRINCIPALE
|
IL CENTRO |
|
Periodico di Antonio Mastinu |
|
MARZO
2003 - Pagina 4 |
RITORNA
AL SOMMARIO
L’INTEGRAZIONE SOCIALE E I PORTATORI DI
HANDICAP
Le numerose barriere
architettoniche esistenti ad Assemini rendono impossibile
l’inserimento dei disabili ed anziani nella vita quotidiana
Uno sguardo fugace al passato prossimo e
remoto chiarisce bene quale tragica sorte incombesse sui
portatori di handicap. Considerati esseri pericolosi e dannosi
da cui la società doveva necessariamente essere salvaguardata e
difesa conducevano un’esistenza votata all’isolamento e alla
reclusione più assoluta, esclusi totalmente dalla compagine
sociale. Fu in seguito, con la nascita di nuovi, attivi e
propositivi impulsi in favore dei medesimi che fu prestata loro
maggiore attenzione e fondati appositi Istituti o Scuole, ovvero
strutture in cui potessero trovare un ambiente “su misura” e un
riguardo superiore al precedente. Di fatto nel nostro paese il
processo di integrazione sociale dei portatori di handicap è
stato accompagnato da una lenta e pur tuttavia recente
evoluzione legislativa che non sempre ha trovato e trova reale
applicazione. Sono i secoli XIX e XX che vedono il fattivo
delinearsi di un quadro evolutivo della normativa in questo
settore e quantunque ai nostri giorni siano stati conseguiti
notevoli cambiamenti in merito alla qualità della vita o sia
stata favorita una loro maggiore autonomia, fondamentalmente la
situazione non è affatto migliorata. Tanto è vero che alla fine
degli anni ottanta si imponeva insistentemente una legislazione
vasta ma frammentaria, dispersiva e largamente inapplicata.
Nasce così l’esigenza di dar vita ad un intervento legislativo
organico in materia, che trova il suo compimento e completamento
con la Legge – quadro n. 104 del 1992 per l’assistenza,
l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate.
Tuttavia, a voler essere obiettivi, non me ne vogliano i
legislatori, l’apparenza piuttosto che la concretezza è in
misura notevole il tratto distintivo dei risultati conseguiti,
laddove esistono delle enormi discrepanze fra ciò che prevede e
rivela la “carta” e quanto avviene nella quotidianità di ciascun
individuo che giorno per giorno deve scontrarsi con una
burocrazia sempre lenta e inefficiente e l’assenza di una
professionalità strettamente necessaria. Nondimeno, è proprio la
complessità con cui si manifestano tali situazioni che impone il
dovere di affrontare il problema promuovendo una valida azione
d’intervento ed una integrazione a 360 gradi, che preveda non
soltanto un’accezione prettamente sociale, dello stabilire
relazioni con coloro che ci circondano, ma anche e soprattutto
la vivibilità e praticabilità di una città pienamente condivisa,
tramite il superamento delle cosiddette “barriere
architettoniche” (Legge n. 13 del 1989).Il fatto che si seguiti
a conservare inalterate città costruite pressoché a misura dei
normodotati, ovvero di tutti coloro che, ringraziando il Cielo,
possono camminare, muoversi e spostarsi autonomamente, dimostra
il grado di interesse e di attenzione prestato a problematiche
di tale ampiezza. Così resto sempre piuttosto perplessa e
sconcertata quando, facendo presente il quadro globale della
situazione, mi si risponde che si può far ben poco per
modificare il “mondo”. Se mi è consentito, questo lo definirei
un fatalismo inaccettabile! Non riesco minimamente a concepire
che le strade, gli edifici, le scuole ed i parchi (quando
esistono) di dominio pubblico, debbano essere di esclusivo
utilizzo, o quasi, solo di pochi e non di tutti, quando coloro
che a monte già vivono una condizione di disagio e di precarietà
debbono altresì affrontare una realtà circostante avversa e
ostile. Attualmente nella nostra città di Assemini esistono
barriere architettoniche decisamente insormontabili per il
portatore di handicap: strade inaccessibili, assenza di scivoli,
ascensori o quant’altro che favorisca l’accesso del disabile in
una qualsivoglia strada o struttura pubblica, privata. Retorica?
Forse. Ma non per chi le difficoltà le vive in prima persona!
L’integrazione non può rimanere il fondamento di un movimento di
opinioni, come spesso accade, per questo è necessario
predisporre seriamente processi educativi, rieducativi,
terapeutici, di socializzazione e non ultimo approntare
strutture adeguate per la realizzazione della medesima. Si
tratta di assumersi la responsabilità di restituire al soggetto
un totale, personale ed autentico linguaggio, la possibilità di
prendere coscienza del proprio corpo, emozioni, sensazioni ed
espressioni, a partire dalle abilità residue che gli sono
proprie. Interessando per ciò tutte le implicazioni cognitive,
emozionali e relazionali, ovvero i presupposti del “conoscersi
per manifestarsi”. Un intervento che non preveda qualsiasi
rigidità classificatoria (soggetto psicotico, schizofrenico
ecc..), ma inteso a raggiungere la persona nella sua totalità
espressiva e comunicativa. Il prendersi cura della persona nella
sua globalità. Richiedere che questo venga attuato significa
essere professionalmente preparati predisponendo una
riqualificazione del personale esistente, affinché sia favorito
l’inserimento e fornito un reale aiuto alle famiglie coinvolte.
Laddove anche nella nostra città vige la scarsa utilizzazione di
una adeguata professionalità, lo dimostra il continuo e
frettoloso abbandono da alcuni dei “centri”, creati per ospitare
i portatori di handicap, i quali non trovando negli stessi
“l’ambiente” o “l’atmosfera” ad essi più congeniale preferiscono
trascorrere il loro tempo in casa propria. Inoltre, è piuttosto
disdicevole che a tutt’oggi una città quale è la nostra, con
circa 30 mila abitanti, non disponga di zone verdi in cui poter
trascorrere delle ore piacevoli e liete. Ma mi domando: un
disabile che non possa spostarsi autonomamente come percorre 15
Km per raggiungere Cagliari ed i suoi parchi? L’intervento
politico – amministrativo deve essere teso a sostenere in
maggior misura un “nuovo orientamento”: spaziare verso ogni età,
bisogno, creare situazioni esemplari, promuovere una maggiore
sensibilizzazione della collettività intera, sollecitare un
rinnovamento complessivo, necessario all’auto – realizzazione
dell’uomo e nella fattispecie di quelle persone che della
società fanno parte, ma spesso escluse con la motivazione che
ben poco o niente hanno da “dire” o da “dare”. Si tratta di una
concezione che non propone un ideale astratto o utopico, ma un
compito responsabile e concreto, che nel concreto incontra le
singole persone da ascoltare, guardare, sostenere. Si ha il
compito di promuovere una più incisiva lotta per ottenere
riforme che prevedano il rispetto della persona umana, non più
raggruppata in categorie omogenee, avvilenti e mortificanti.
Promuovere le condizioni che rendano applicabili le leggi
vigenti e possibile la conoscenza delle norme esistenti in
favore dei disabili, affinché la tutela dei diritti dei
portatori di handicap e la piena partecipazione alla vita
sociale si realizzi attraverso relazioni creative ed autentiche,
nella valorizzazione del singolo individuo. Nuove soluzioni,
dunque, per situazioni diverse in cui l’uomo possa realizzare
pienamente sé stesso. Risposte concrete a precise esigenze
presenti anche nel territorio di Assemini, per una integrazione
sociale non solo a livello scolastico, ma anche e soprattutto di
carattere lavorativo effettuato con l’ausilio delle leggi
elaborate appositamente (come prevede la Legge n. 68 del 1999),
affinché il portatore di handicap rivesta un suo ruolo ed occupi
un suo spazio specifico, non marginale, all’interno della nostra
società “civile”!
Luciana Mameli
Pedagogista
RITORNA
AL SOMMARIO
PAGINA
PRINCIPALE |
|